Costruito in due giorni l’impianto ThermoCompost al Centro don Chiavacci

L’impianto ThermoCompost  produce energia biotermica per un’abitazione.

Al Centro “Don Paolo Chiavacci” prototipo realizzato con gruppo di ricerca del Laboratorio di Ingegneria Sanitaria Ambientale del dipartimento ICEA dell’Università di Padova

Realizzato in un paio di giorni l’impianto ThermoCompost che produrrà energia biotermica utilizzando biomassa di scarto costituita da ramaglie e potature prelevate dalla pulizia di boschi, frutteti, giardini e, in parte, da scarti alimentari. La costruzione di questo impianto è iniziata venerdì 6 maggio presso la casa situata nei pressi del Centro di spiritualità e cultura “Don Paolo Chiavacci” a Crespano di Pieve del Grappa (di fronte al parcheggio del Centro).

A realizzarlo è stato il gruppo di ricerca del Laboratorio di Ingegneria Sanitaria Ambientale del dipartimento ICEA dell’Università di Padova coordinato dal prof. Alberto Pivato e dalla prof.ssa Maria Cristina Lavagnolo. E’ stato un workshop a cui hanno partecipato oltre 40 dottorandi e studenti, italiani ed internazionali iscritti al corso di laurea magistrale in Environmental Engineering. Presenti anche il Vicario generale della diocesi mons. Giuliano Brugnotto, il sindaco di Pieve del Grappa nonché Presidente dell’Intesa Programmatica d’area Asolo-Monte Grappa Annalisa Rampin, il presidente di CNA di Asolo Francesco PilottoAnche la Fondazione Opera Monte Grappa ha messo a disposizione importanti risorse per il ThermoCompost donando alcuni materiali per la sua realizzazione.


 

«Stiamo studiando un prototipo più innovativo per superare alcuni limiti di un impianto tradizionale come questo – ha spiegato il prof. Alberto Pivato – I limiti sono la durata di un anno, un anno e mezzo e la dispersione della carica energetica. Noi stiamo lavorando proprio su questo. E visto che non ci sono ancora aziende che costruiscono questo tipo di impianti, ma solo qualche associazione di volontariato, stiamo creando una startup con l’Università di Padova e lavorando ad un brevetto che ci poterà ad utilizzare queste tecnologie nella direzione della sostenibilità ambientale. Un impianto come questo di circa 30 metri cubi può produrre 3-4 chilowatt in modo continuativo. Può quindi integrare, non sostituire, un impianto tradizionale. Il costo? Circa sui 12 mila euro».

«La nostra filosofia – ha spiegato la professoressa Maria Cristina Lavagnolo – è quella di decentralizzare la gestione delle acque e dei rifiuti. Quindi lavoriamo per abituare le persone a trattare i propri rifiuti là dove vengono prodotti. Ciò costituisce un valore ecologico molto importante. Non ci si sposta e quindi non si producono emissioni nocive e in più si impara a rispettare la natura».

«Aprire le porte all’Università di Padova per lo studio di questo prototipo è per noi motivo di orgoglio – ha aggiunto don Paolo Magoga direttoredel Centro Chiavacci e presidente della Fondazione Opera Monte Grappa – Allo stesso tempo si inserisce nella missione del Centro voluta da don Paolo Chiavacci che è quella di aprirsi alle novità della scienza e diventare un luogo di scambio, confronto e approfondimento. A maggior ragione se un impianto come questo ci permette di scaldare una casa con ciò che un albero lascia a terra, senza quindi accendere fuochi e senza consumare materie prime».

Un plauso all’iniziativa anche dal vicario generale mons. Giuliano Brugnotto: «Una sperimentazione significativa che coinvolge i giovani in una ricerca di carattere universitario. Un arricchimento per il Centro che assieme alla spiritualità promuove quanto auspicato da papa Francesco nella “Laudato sì”, cioè promuovere opere finalizzate alla custodia del creato e all’energia pulita».

Un nuovo ambito lavorativo anche per il settore idraulico come conferma Francesco Pilotto presidente Cna di Asolo: «Certo, trattandosi di biomassa reperibile facilmente nel nostro territorio, potrebbe essere interessante soprattutto per edifici isolati all’interno dei boschi. Sono impianti che possono essere sviluppati dalle nostre imprese artigiane innescando una sinergia molto importante».

«Mi auguro che questo sia solo l’inizio di una serie di altre nuove attività sperimentali che possono coinvolgere il territorio del Mab Unesco Monte Grappa – ha sottolineato Annalisa Rampin – anche come laboratorio di nuove pratiche volte alla sostenibilità. Viviamo in un territorio che dal punto di vista naturalistico offre cose meravigliose e a volte anche uniche».

SCHEDA

Chi era don Paolo Chiavacci

Don Paolo Chiavacci nasce a Crespano del Grappa (9 dicembre 1916 – 15 aprile 1982). Laureato in Giurisprudenza, ufficiale degli Alpini in Albania (dove comincia a maturare la vocazione religiosa) e in Francia, prete nel dopoguerra a Treviso tra gli sfollati rimasti privi di casa, infine negli anni Cinquanta fondatore alle pendici del Monte Grappa, in una casera di famiglia, della Casa don Bosco, che dopo la sua morte diventerà il Centro don Chiavacci. In anni insospettabili, ben prima dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, elabora un percorso che conduce a Dio attraverso il Creato, non solo da contemplare ma da studiare, attraverso conferenze e corsi che abbracciano tutte le scienze, dalla botanica alla zoologia, dalla geologia all’astronomia. Scrisse di lui il giornalista Giorgio Lago (1937-2005), che ne aveva sposato una nipote: «Era uomo di fede contagiosa e, insieme, di rigorosa scienza. Ho sempre avuto l’impressione che le considerasse francescanamente sorelle. Sorella Scienza, sorella Fede, affiatate, tra loro non ostili». Di lui un amico disse: «A volte eri tanto prete da non sembrarlo».